Il saggio di Ghombric, prende spunto da un capitolo del suo libro “arte e illusione”, intitolato “L’esperimento della caricatura”. La caricatura è un’esagerazione di certi atteggiamenti o tratti visivi, nonostante la quale riusciamo a riconoscere la persona ritratta, e che ci può far riedere o riflettere.
È un metodo di fare ritratti che mira alla maggior somiglianza dell’insieme di una fisionomia, mentre tutte le altre parti sono cambiate.
La percezione ha bisogno di universali per funzionare, non potremmo percepire o riconoscere i nostri simili se non potessimo cogliere l’essenziale e separarlo dall’accidentale.
Questa capacità è presente anche nel sistema nervoso centrale degli animali, pensiamo a riconoscere un singolo membro di una specie in un branco!
Si dice che non abbiamo solo una faccia, ma mille facce diverse, per spiegare questa cosa Gombrig prende in esempio un discorso fatto da Emanuel Shinwel ripreso dal Times di Londra.

Charles le Brun è uno dei primi studiosi sistematici dell’espressione umana, e sulla base della meccanica cartesiana video nelle sopracciglia delle vere e proprie lancette che registrano il carattere dell’emozione o della passione.
Noi tutti cambiamo nella vita, di giorno in giorno, di anno in anno, e con l’avvento della fotografia siamo diventati pienamente consapevoli di questo effetto del tempo. Guardando fotografie di noi o di qualche nostro amico prese qualche anno fa e ci rendiamo conto con sgomento che siamo cambiati molto più di quanto si tendesse a notare durante il quotidiano mestiere di vivere.
Meglio conosciamo una persona, più spesso ne vediamo la faccia e meno notiamo questa trasformazione.
Un esempio che fa Gombric è con due ritratti di Bertrand Russell, all’età di 4 anni e di novanta.
L’esperienza della somiglianza è un tipo di fusione percettiva basata sul riconoscimento, e come per tutto l’esperienza passata influenza il modo in cui vediamo una faccia.
Si può dire che una cosa somigli a qualsiasi altra per qualche rispetto, e che una persona somigli ad un’altra o che una fotografia somigli ad un’altra fotografia più di una persona viva.
Tutti noi vediamo una persona diversamente in base alle categorie con le quali esaminiamo i nostri simili.
Nella società in cui viviamo abbiamo imparato ad essere sensibilissimi ai segni esteriori di una persona, e molte delle nostre categorizzazioni procedono lungo queste linee, prendiamo esempio da queste immagini, secondo voi, questa persona è di destra o di sinistra? e invece questa persona è di destra o di sinistra?
Queste categorizzazioni ci risparmiano energia, quando vediamo un tipo così aggiustiamo le nostre attese e ci comportiamo di conseguenza in base alla nostra ideologia, cioè, gli meno o gli chiedo se ha una cartina lunga?
Noi tutti ci modelliamo così tanto sulle attese degli altri da assumere la maschera che la vita ci assegna, e diventiamo a poco a poco il nostro tipo, fino a che esso non modella tutto il nostro comportamento, la nostra andatura e la nostra espressione facciale. E le persone ci riconoscono per la nostra maschera.
Ad esempio il finanziario di Hitler Hjalmar Schacht, aveva l’abitudine di portare il colletto della camicia molto alto, questa deviazione rimase impressa e la maschera ingoiò la faccia.

La maschera rappresenta le distinzioni immediate, le deviazioni alla norma che distinguono una persona dalle altre. Originariamente infatti siamo programmati per cogliere la dissimiglianza, la deviazione che fa spicco e si imprime nella mente.
E come detto prima, ogniuna di queste deviazioni che attragga la nostra attenzione può servirci come segno di riconoscimento e promette di risparmiarci lo sforzo di un’indagine minuziosa.
Successivamente Gombrich si pone il problema della riproduzione dell’espressione.
Cercando di arrivare ad un sunto di questo di scorso vi dico che mette a confronto la fotografia e la cinepresa.
Dice che la ripresa cinematografica non potrà mai essere così insufficiente come la fotografia, perché anche se essa riprende una persona mentre strizza l’occhio, non sapremo mai se quella persona sta starnutendo o se magari gli è entrato qualcosa dentro l’occhio, mentre con la cinepresa abbiamo la soluzione al problema.
Sia la macchina fotografica sia il pennello fanno astrazione, e siamo noi che proiettiamo sul risultato la nostra esperienza di vita e aggiungiamo ciò che non è presente.
Per spiegare questo concetto Gombrich prende in esame la fotografia fatta da Yosuf Karsh a Wiston Churchill.
Il ministro era restio a posare per questa foto, e nei due minuti nei quali si è seduto per essere ripreso, il footgrafo gli ha strappato dalla bocca il suo sigaro facendolo veramente arrabbiare e ne esce una perfetta fotografia di un condottiero di guerra che sfida il nemico.

Ciò che percepiamo nel guardare un ritratto o una persona è l’impressione globale della faccia, nel rispondere a questa risultante Gombrich suggeriscie di separare il permanente (P) dal mobile (M).
Nella vita reale siamo aiutati in questo: vediamo le forme relativamente permanenti nella faccia risaltare di contro a quelle relativamente mobili e formuliamo una valutazione provvisoria della loro interazione (PM).
Gombric fa un esempio: quando qualcuno è deluso diciamo: “fa la faccia lunga”.
Espressione vivacemente illustrata in una caricatura tedesca del 1848.
Ci sono naturalmente persone che hanno la faccia lunga, ma se vogliamo veramente interpretare la loro espressione dobbiamo assegnare ciascun tratto a uno dei due insiemi di variabili (P) o (M).
La comprensione del movimento facciale degli altri deriva in parte dall’esperienza del nostro.
Non sono i tratti permanenti che ci permettono di leggere un carattere, ma l’espressione delle emozioni.
Queste espressioni mobili plasmano a poco a poco la faccia: una persona che è spesso preoccupata acquisterà una fronte aggrottata, mentre una allegra acquisterà una faccia sorridente perché il transitorio diventa permanenza.
Il volto di una persona è una tabula rasa prima che le esperienze individuali ci scrivano sopra la loro storia.
Gombrich conclude il saggio tornando all’esperienza dell’equivalenza di cui parlavo prima, che può spiegare l’aspetto preminente della caricatura e alla sua tendenza alla distorsione e all’esagerazione.
Il motivo è che il senso interiore che abbiamo delle dimensioni, differisce radicalmente dalla realtà e dalla percezione visiva della proporzione. Il senso interiore esagera sempre, facciamo una prova: tentate di muovere verso il basso la punta del naso, vi sembrerà di essere così ma in realtà il movimento che avete compiuto è minimo, e ve lo posso assicurare io che vi sto guardando.


