La fotografia, nel corso della storia e nelle mostre, è stata sempre considerata a parte rispetto a tutte le altre forme d’arte per tanto tempo nemmeno è stata definita tale.
Quando la fotografia entra nel panorama mondiale si scontra immediatamente con la pittura: non essendo apparentemente fondamentale il movimento del corpo, il gesto, ma essendo meccanico, la fotografia viene svalutata.
Eppure queste due arti sono molto più vicine di quanto sembrino: a partire dal 1500 la camera oscura, principio base su cui si fonda la fotografia, veniva usato per disegnare nel dettaglio soggetti e paesaggi.
Questi dispositivi erano di varie dimensioni, da scatole piccole e portatili a camera vere e proprie in cui si poteva entrare. Ponendo un dispositivo in grado di catturare la luce sulla parete di una camera oscura si ottiene una primitiva fotografia.

La prima fotografia nasce nel 1826, Vista dalla finestra a le Gras, di Niépce, che lui chiamava eliografia.
Niépce utilizzava il bitume di giudea per fissare l’immagine, che richiedeva tempi di posa lunghissimi e produceva immagini poco nitide. Naturalmente, con questo sistema non si potevano fotografare cose in movimento: i tempi di posa erano talmente lunghi che anche fare ritratti era impensabile, in quanto gli occhi non riuscivano a stare tanto fermi, al contrario dei corpi e le teste per i quali esistevano supporti per tenerli in posa; tutti sembravano con gli occhi bianchi, quindi i fotografi li dipingevano a mano.

La prima immagine in cui sono presenti esseri umani è Boulevard du Temple dalla finestra dello studio, Parigi, del 1838, di Daguerre: ci sono un lustrascarpe e un uomo che si fa lustrare le scarpe e altre due figure, di cui una è un bambino affacciato alla finestra.
Il primo selfie in assoluto è di Robert Cornelius, nel 1839, poi John William Draper, nel 1840 e infine l’Autoritratto da annegato di Hippolyte Bayard, del 1840.


Senza un soggetto non c’è fotografia; tutte le immagini del mondo possono essere divise in due categorie: quelle referenziali, dove c’è bisogno del soggetto (inteso qualcosa che esista fisicamente per diventare soggetto dell’immagine venendo ripreso, come calchi e analoghi (impronte, stampi), fotografia, cinema (con cinepresa), video (con videocamera), olografia) e non referenziali, ovvero dove un soggetto non è necessario (pittura, scultura, disegno, grafica, cinema d’animazione, computer images statiche e dinamiche, realtà virtuale, videogames, metaversi).
Oggi il mondo va nella direzione delle immagini non referenziali.
La fotografia è la prima immagine tecnologica: elimina l’azione fisica nella realizzazione dell’immagine mediante processi automatici, producendo un’immagine “automatica”; prima occorreva saper disegnare per produrre delle immagini: con la fotografia la manualità è secondaria, “immagine e talento manuale sono definitivamente separati” (Gillo Dorfles), un cambiamento assolutamente radicale.
Alla fine dell’800 nasce il pittorialismo: vi aderiscono fotografi e artisti per restituire alla fotografia un gesto demiurgico e creatore, per farla assurgere ad arte imparentandola con la pittura. Queste immagini sono in parte referenziali e in parte non referenziali, in quanto contengono l’immagine di un soggetto fisicamente presente di fronte all’obiettivo andandola poi successivamente a modificare, richiamando il gesto del pittore.
Negli anni ’60 del ‘900 succede il contrario, con l’iperrealismo, in cui la pittura va ad imitare la fotografia.
Nella pittura la produzione dell’immagine è un work in progress, in cui a poco a poco l’immagine viene realizzata ed è sempre modificabile; nella fotografia si ha solo uno scatto e l’immagine realizzata è difficilmente modificabile.
Nella fotografia l’apporto della materia è ridotto al solo sottile strato di pellicola fotosensibile, mentre nella pittura la materia è sempre una presenza evidente.
Nela fotografia poi il supporto è economico e flessibile, in genere carta.
La fotografia produce un’immagine realistica e ad alta definizione, convincente ed economica, e presto sostituisce il ritratto miniato fino a farlo scomparire.
Nella fotografia, inoltre, l’immagine è infinitamente riproducibile e iterabile: a differenza della pittura l’immagine fotografica non è un unicum, si perde l’aura intesa come “rappresentazione unica di una lontananza, tipica del dipinto.
Con l’avvento della fotografia nell’800 i pittori sentono minacciato il loro diritto a rappresentare: a cosa serve disegnare se chiunque può produrre delle immagini con una macchinetta?
La fotografia è un’arte democratica: per la maggior parte delle persone dell’epoca invece l’arte doveva essere fatta da pochi per pochi, “deve restare ancella delle scienze” (Baudelaire). Baudelaire pensava che l’arte dovesse essere aristocratica e temeva che avrebbe fatto scomparire la pittura (che non scomparirà ma andrà dove la fotografia non può, verso l’astrattismo).
Baudelaire non aveva ragione sulla morte della pittura, ma invece ne aveva sul successo della fotografia dovuta alla sua accessibilità alle masse. La pittura sperò si evolve: allenta la relazione con la rappresentazione del reale e si incammina verso l’astrattismo, ciò che la fotografia non può fare: non esistono fotografie astratte perché per creare una foto deve esistere qualcosa di fronte all’obiettivo, e gli interventi successivi sono di tipo pittorico.
Mano a mano, la fotografia acquista importanza anche in impieghi scientifici, tecnici, documentali e sociali. La cronofotografia è stato un traguardo importante: indaga il movimento oltre le capacità percettive dell’occhio, o rallentarlo mostrando nuovi volti del reale che prima erano al di fuori della portata dei sensi: il movimento delle zampe di un cavallo al galoppo, la dinamica del salto o della corsa… Uno dei maggiori esponenti della cronofotografia è Eadweard Muybridge.

La fotografia diventa uno strumento molto versatile, adattabile ad altri media, come grafica, editoria, stampa…
Produce presto una mutazione capitale nell’economia dell’informazione.
Per la prima volta è possibile vedere sé stessi come “altri”.
La fotografia è economica, credibile, leggera, facile da trasportare e favorisce lo sviluppo del “Villaggio Globale”; contribuisce a creare, fondandolo, l’immaginario generalizzato e di massa che oggi conosciamo.
La fotografia inizia a sostituire il mondo reale in alcune funzioni, anche nell’arte, per esempio con Delacroix.
L’immaginario della simulazione fotografica tende a sostituirsi al reale, a farsi “grado zero” della realtà; la fotografia immateriale è facilmente modificabile in digitale.
Secondo Roland Barthes il “genio” della fotografia è l’“è stato”: davanti ad una fotografia io non posso mai negare che ciò che è rappresentato “sia stato”, per qualche ragione, in qualche momento della sua esistenza, di fronte all’obiettivo.
La fotografia è usata come documento, come prova: eppure può essere manipolata e può mentire.
La fotografia diventa monumento imperituro e assoluto davanti all’infinito del tempo, andando al di là della vita delle persone nonostante sia carta: un monumento contemporaneo democratico ma caduco, col quale tutti possono ritagliarsi una sorta di piccola immortalità; il monumento produce una sola rappresentazione di fronte al tempo, la fotografia produce un’infinità di rappresentazioni davanti al nulla.


